Questo con protagonista Francesco Montanari è lo spettacolo che non ti aspetti. Quelle parole “Qualcosa di Riccardo III”, che Gabriel Calderón ha indicato come sottotitolo al suo Storia di un cinghiale, sono significative. Perché Riccardo III fa da motore della storia: stessa ambizione di arrivare al potere, stessa determinazione che animano l’attore chiamato a interpretarlo, ma anche propensione a distruggere tutto. In questo caso ad andare oltre, impegnato in un attacco non sul suolo inglese, ma nel mondo del teatro.
In scena Francesco Montanari sorprende continuamente gli spettatori. Li chiama in causa. Frantuma la quarta parete, spingendo a riflettere su di sé e sul teatro stesso. Lui è proprio nel ruolo di un attore. Racconta qualcosa di sé, si sente compiangere quando dice che fa teatro (eppure tutti pensavano che fosse bravo). Quando gli propongono di fare Riccardo III pensa “finalmente”. Ma poi non gli piacciono gli altri attori, meno ancora il regista. Salva solo l’attore Enrico, che accentua la finale delle parole e propone lui in sostituzione del regista, che ha abbandonato la Compagnia. E alla fine vengono a mancare anche i soldi.
È la difficile situazione in cui capita che si dibattano gli attori. Eppure questi ai tempi di Shakespeare sostenevano i ruoli più incredibili, diventavano muro – facile pensare alla “Lacrimevole storia di Piramo e Tisbe” in “Sogno di una notte di mezza estate” – e interpretavano ruoli femminili. Così arriva in scena Margherita, protagonista con altre donne del quarto atto del Riccardo III e Francesco Montanari ora è la regina. Le parole sono protagoniste. Sono proprio le parole diventate verso shakespeariano, portate in scena con un ritmo vertiginoso, che inducono a riflettere sulla musicalità della parola, oggi persa. E’ la contrapposizione alla lingua spezzettata diventata protagonista nei nostri tempi attraverso social e messaggi su cellulari. E i libri? Li leggete i libri?
La parola è musica e il suono del battito del cuore è in sottofondo, perché fondamentale è la passione con cui si vivono le cose. Ma insieme contano le azioni, perché sul fondo della scena quel piccolo teatro dove è l’attore prende vita. Si muove il sipario, cambiano i fondali, appaiono delle quasi parrucche per i ruoli femminili. E tanto altro è da scoprire.
Sono i diversi piani che si intersecano lungo tutto lo spettacolo, accomunati da ritmo velocissimo e grande forza mnemonica di Francesco Montanari. Ed emerge la bellezza dello spettacolo dal vivo, che rende la parola protagonista grazie al tramite degli attori e coinvolge il pubblico, inducendolo a spingersi sempre un pochino più avanti per qualche pensiero ulteriore.
Così troviamo qualche passo del Riccardo III, qualche monologo, qualche voce di protagoniste femminili, le parole famosissime, dall’”inverno del nostro scontento” al “il mio regno (che ora è) per uno spettatore intelligente”. Sono le parole finali, venate di ironia, che racchiudono tutto lo spettacolo, dopo aver più volte chiamato in causa il pubblico, averlo quasi sfidato in quella agorà versione teatro che è lo spazio del Piccolo Teatro Studio Melato. E dopo averlo invogliato a superare tutto ciò che nel teatro è ora solo moda. Ma è un invito che coinvolge tutto il mondo del teatro: se non si può più pensare alle parole nella loro musicalità, il significato di queste deve rimanere centrale, occasione per dire e suscitare domande e riflessioni.
Insieme, Storia di un cinghiale diventa sollecitazione per lo spettatore a rileggere il Riccardo III di Shakespeare, porsi dei dubbi, grazie a uno spettacolo che non lascia indifferenti e a Francesco Montanari che splendidamente sa passare attraverso momenti differenti, senza concedere distrazioni.
(Nella foto di Masiar Pasquali, da sinistra Francesco Montanari e Gabriel Calderón, rispettivamente protagonista e autore – regista di Storia di un cinghiale. Fino al 6 aprile al Piccolo Teatro Studio Melato)